p 401 .

Paragrafo 2  . Il neoidealismo italiano.

     
Introduzione.

Idealismo e neoidealismo.
     
Abbiamo  gi visto la differenza tra idealismo antico e  idealismo
moderno,  che pu essere molto schematicamente sintetizzata  nella
differenza  tra  l'Idea statica di Platone e  l'Idea  dinamica  di
Hegel.(52)
     
     p 402 .
     
     Il  carattere dinamico dell'idealismo moderno si  manifestava
in   un  processo  infinito,  la  coscienza  del  quale,  cio  la
filosofia,  rappresentava  -  come  sosteneva  Hegel  -   non   un
principio, ma un risultato.(53)
     Nella  filosofia hegeliana, in ogni caso, la coscienza di  un
processo, che esprime il livello pi alto di sintesi raggiunto  in
quel  momento dal processo stesso, lascia aperta la contraddizione
fondamentale  fra soggetto e oggetto, fra spirito e  materia,  fra
interno  ed  esterno. Per Hegel lo Spirito -  anche  quando  si  
liberato della materia - si proietta continuamente fuori di s
per  poter  continuare l'ascesa verso l'Assoluto, che costituisce,
appunto, un risultato.
     Quando  guardiamo  all'idealismo (o meglio, al  neoidealismo)
nel ventesimo secolo ci troviamo di fronte a ulteriori novit. Non
solo    confermato  il carattere dinamico  della  realt,  ma  si
insiste anche sui concetti di agire, azione, atto. Del resto
gran  parte  della  filosofia posthegeliana  (dal  positivismo  al
pragmatismo, da Marx a Nietzsche e a Bergson) si svolge intorno al
problema della prassi (azione).
     Nel  pensiero  posthegeliano il dualismo rivive  proprio  nel
rapporto prassi-teoria (ad esempio nel marxismo, ma anche in tutto
il  dibattito  epistemologico  della  fine  dell'Ottocento  e  del
Novecento,   impegnato  nel  definire  il  rapporto   fra   teorie
scientifiche  e mondo esterno). Cos la filosofia della  scienza
si  dibatte  fra  induzione e deduzione,  e  il  marxismo  oscilla
paurosamente  fra la priorit assoluta dell'oggetto materiale  (le
interpretazioni  meccanicistiche e ortodosse)  e  il  privilegio
accordato  al  soggetto (ad esempio nel leninismo,  ma  anche  nel
sindacalismo  rivoluzionario). L'azione che diventa  criterio  di
verit (sia essa la rivoluzione, sia la verifica empirica di  una
teoria scientifica), non ha risolto quel dualismo.
     Nietzsche  da un lato e lo spiritualismo dall'altro  superano
questo  dualismo pensando a una unit reale, cio  non  dialettica
(dal  momento  che la dialettica vive del dualismo) di  spirito  e
materia:  una unit che si manifesta nella volont di potenza  o
nel fuoco dell'lan vital.
     E'  questa  la  stessa  prospettiva  su  cui  si  pongono   i
neoidealisti italiani.

Benedetto Croce e lo storicismo assoluto.
     
Assoluto nella storia e storia come Assoluto.
     
Bergson  suggerisce di cogliere l'Assoluto attraverso l'intuizione
dell'eterno fluire della vita, come Nietzsche vuole rendere l'uomo
(l'oltreuomo) padrone dell'eternit attraverso l'eterno ritorno.
     In questo modo si assiste a un rovesciamento dello hegelismo:
non  abbiamo  pi  l'Assoluto che si  fa  movimento  (storia);  il
movimento      l'Assoluto.  In  altri  termini:  per  l'idealismo
hegeliano  lo  Spirito  si  manifesta e agisce  nella  storia,  la
governa,  la  guida  e, talvolta, la utilizza  -  come  dimostra
l'astuzia  della ragione - in un rapporto di sovrano-suddito;  per
Benedetto Croce lo Spirito  la storia, in ciascun momento del suo
fluire.
     
     p 403 .
     
     E'   evidente  che  questo  rovesciamento  del  soggetto  nel
predicato   non   mette   in   discussione   l'aspetto    centrale
dell'idealismo  (hegeliano,  ma  anche  platonico):  la  realt  
comunque da identificare con lo Spirito; la scienza dello  Spirito
 la filosofia; la filosofia coincide con la storia.(54)
     Ma  Croce  rispetto a Hegel sposta l'attenzione dall'essere
al  fare: la Verit  il fatto - secondo un principio di  Vico
che  gli    molto  caro  -(55). In  questo  spostamento  si  vede
l'influenza della giovanile adesione di Croce al marxismo, e  il
riconoscimento   della  validit  metodologica  del   materialismo
storico  -  nonostante l'abbandono e la negazione  del  marxismo
stesso -(56).
     L'approdo  di  Croce all'idealismo avviene  da  un  punto  di
partenza opposto a quello di Hegel: mentre Hegel era partito dalla
centralit del soggetto come pensiero (Descartes)(57), Croce parte
dallo studio della storia come prodotto umano (Vico e Marx)(58); e
anche  quando individua nello Spirito il soggetto della storia  lo
indica  sempre come uno Spirito che agisce e che  immanente  alla
storia  stessa: un Dio trascendente - sostiene Croce -    un  Dio
straniero   alla  storia  umana;  se  quel  Dio  esistesse   non
esisterebbe la storia.(59)
     
La dialettica dei distinti.
     
Nella  storia si crea quindi - per Croce - una sintesi  che,  come
quella  di  teoria  e  prassi,    diversa  dalla  sintesi   della
dialettica  hegeliana:  i  poli  della  dialettica  non  sono   da
considerare opposti, bens solamente distinti.
     E' vero che fra Essere e Nulla c' opposizione, come fra vita
e  morte, fra positivo e negativo, fra bello e brutto, fra vero  e
falso,  e  cos  via;  ma l'opposizione non produce  sintesi:  gli
opposti  coesistono e si condizionano vicendevolmente  in  ciascun
grado  dell'Essere,  ma  tra loro c'  solamente  un  nesso  non
produttivo.
     Perch si abbia una sintesi, cio un processo dialettico - un
progresso   -,  bisogna  che  i  due  termini  non  si   escludano
vicendevolmente:  per  Croce non c'  opposizione  fra  diritto  e
moralit, tra famiglia e societ civile, fra arte e religione;  e,
soprattutto,  non  c'  opposizione  fra  Spirito  teoretico   e
Spirito   pratico  -  cio  fra  conoscenza  della  verit   e
produzione  del  bene -, le due forme dello  Spirito  dalla  cui
successione  dialettica  nasce la storia dello  Spirito,  cio  la
filosofia.
     Lo  Spirito  teoretico, cio il pensiero e  la  conoscenza,
precede  lo  Spirito pratico, cio la produzione del bene  (che,
invece, non pu essere
     
     p 404 .
     
     antecedente  alla conoscenza. E' impossibile  scrive  Croce
volere il bene senza pensare(60).
     Ciascuna  di  queste  due  forme  sottost  a  una  ulteriore
suddivisione  in  gradi  dello Spirito:  il  momento  teoretico  
costituito  da Arte (conoscenza intuitiva) e Filosofia (conoscenza
logica),  mentre quello pratico da Economia (produzione dell'utile
individuale   o   di  gruppo)  ed  Etica  (produzione   del   bene
universale).
     La successione dialettica di questi quattro gradi (dialettica
dei  distinti)  mostra  proprio quel rovesciamento  del  punto  di
partenza  rispetto  a Hegel, cui abbiamo fatto riferimento  sopra.
Mentre  per Hegel la coscienza dello Spirito (la filosofia)    un
risultato,  per  Croce    il  punto  di  partenza:  il  momento
teoretico (contemplazione dell'Essere - del bello e del vero -) si
svolge nella produzione dell'Essere (dell'utile e del bene).
     La   produzione  pratica  innesca  un  ulteriore  momento  di
riflessione  teoretica che, a sua volta,  d  luogo  a  una  nuova
produzione   pratica,  e  cos  via,  in  un  continuo   movimento
circolare, in cui ogni percorso  sempre nuovo e, al tempo stesso,
arricchito dal contenuto dei percorsi precedenti.
     La  dialettica  dei  distinti rompe la gabbia  dell'infinito
buono in cui Hegel aveva rinchiuso il movimento dello Spirito,  e
la  spirale dei circoli che si susseguono non si chiude pi su  se
stessa.
     
La storia come storia contemporanea.
     
Anche  Croce, per, sente il bisogno di non disperdere  il  fluire
dello Spirito (la storia) in una polvere di momenti, per cui  il
passato    ricondotto sempre al presente - come  la  catena  di
Nietzsche,  concentrata  tutta in un  anello  -.  Innanzitutto  il
passato  opera  nel presente come vibrazioni  che  agiscono  sul
nostro stato d'animo presente, sui bisogni e sulle situazioni  del
presente. In questo senso la storia  sempre storia contemporanea.
L'uomo  -  ciascun  uomo e in ciascun momento  della  storia  -  
compendio di storia universale.
     L'uomo  -  ovviamente  - non si lascia esclusivamente  vivere
dalla  storia,  non  ricettacolo in cui la storia  si  compendia:
l'uomo    prima  di  tutto capacit di  pensare  e  di  formulare
giudizi.  Quindi,  in  ogni momento, l'uomo  formula  giudizi:  la
storia  universale vive nell'uomo sotto forma di giudizi, cio  di
conoscenza.(61)  E la conoscenza data dalla storia  contemporanea,
cio  dal nostro giudizio sulla totalit della storia, non    una
forma di conoscenza, ma tutta la conoscenza.(62)
     
     p 405 .
     
     La conoscenza storica, a sua volta,  essa stessa storia: non
pu  mai  assumere un carattere definitivo. In questo  modo  Croce
tenta di coniugare l'assoluto con il relativo: in ogni momento  la
conoscenza  storica    conoscenza  dell'Assoluto  (   tutta   la
conoscenza), ma dal momento che la conoscenza storica  si  rinnova
continuamente   e   si   attualizza  per  essere   sempre   storia
contemporanea,  ogni  conoscenza dell'Assoluto    una  conoscenza
relativa al momento storico in cui essa  data.
     Ma la storia, in ogni momento, in quanto conoscenza,  logica
e  razionale.  Il  neoidealismo crociano concorda  pienamente  con
l'idealismo di Hegel nel definire razionali la realt e la storia.
In  questo  modo la storia giustifica (l'espressione   di  Croce)
sempre se stessa.
     
Il dominio della ragione.
     
Il  neoidealismo di Croce - in accordo con le molte filosofie  del
suo   tempo  che  si  pongono  come  alternative  al  razionalismo
scientifico   e  positivistico  -  lascia  spazio  all'intuizione,
all'arte  e alla poesia; vuole costruire una filosofia  che  renda
conto  innanzitutto del divenire, e che lo salvi  dal  Nulla.  Ma,
come l'idealismo di Hegel, riconduce il dinamismo a un sistema.  E
nel sistema dominano la logica e la ragione.
     Gli  individui - con le loro passioni, i loro stati  d'animo,
la  loro  volont e la loro conoscenza - sono la  storia  che  si
fa(63),  ma  le  loro  azioni sottostanno a  un'unica  legge:  la
libert. La ragione che governa la storia  libera.
     
Libert, oppressione, noia.
     
Croce  - come abbiamo visto - rifiuta ogni realt trascendente  al
farsi  della storia, per cui anche la libert (come lo Spirito  di
cui      espressione)    da  considerarsi  immanente,   operante
concretamente negli uomini e per mezzo degli uomini. Ma poich  la
dimensione  della libert  quella dell'universale, secondo  Croce
sono riconducibili ad essa anche tutti i momenti di non libert  o
di oppressione dei singoli o dei gruppi.
     Nel  1938,  di  fronte a un'Europa in gran parte  soggetta  a
regimi  autoritari  e  totalitari, Croce scrive:  Niente  di  pi
frequente  che  udire  ai  giorni nostri l'annunzio  giubilante  o
l'ammissione rassegnata o la lamentazione disperata che la libert
abbia  ormai disertato il mondo, che il suo ideale sia  tramontato
sull'orizzonte  della storia, con un tramonto  senza  promessa  di
aurora. Coloro che cos parlano, scrivono e stampano, meritano  il
perdono motivato con le parole di Ges: perch non sanno quel  che
si  dicano.  Se  lo sapessero, se riflettessero, si accorgerebbero
che asserire morta la libert vale lo stesso che asserire morta la
vita, spezzata la sua intima molla(64).
     Croce  era nel giusto affermando che la molla della vita  non
era   rotta,   anche  se  nello  svolgersi  generava  ingiustizia,
oppressione e morte.
     Questa sua fiducia nella vita e nella libert lo porta, per,
a   riproporre  una  funzione  consolatoria  e  terapeutica  della
filosofia: Sennonch la filosofia
     
     p 406 .
     
     non  sta al mondo per lasciarsi sopraffare dalla realt quale
si   configura   nelle  immaginazioni  percosse  e  smarrite,   ma
interpretarla  sgombrando  le  immaginazioni.  Cos,  indagando  e
interpretando, essa, la quale ben sa come l'uomo che rende schiavo
l'altro  uomo sveglia nell'altro la coscienza di s  e  lo  avviva
alla  libert,  vede serenamente succedere a periodi  di  maggiore
altri di minore libert, perch quanto pi stabilito e indisputato
 un ordinamento liberale, tanto pi decade ad abitudine la vigile
coscienza di se stesso e la prontezza della difesa(65).
     La  funzione liberatoria dell'oppressione e della schiavit
ci  lascia  sinceramente un po' perplessi, come la convinzione  di
Croce  -  espressa in quella stessa pagina - che  le  minacce,  le
oppressioni e le guerre di cui  costellata la storia svolgano  il
ruolo positivo - oltre a quello di mettere in atto la libert - di
salvarci  dalla  noia: Chi desideri in breve persuadersi  che  la
libert  non  pu  vivere diversamente da come  vissuta  e  vivr
sempre  nella storia, di vita pericolosa e combattente, pensi  per
un istante a un mondo di libert senza contrasti, senza minacce  e
senza  oppressioni  di  nessuna sorta; e  subito  se  ne  ritrarr
inorridito come dall'immagine, peggio che della morte, della  noia
infinita(66).
     Queste   concezioni  non  lasciano  spazio  per  una  teoria
critica  della  societ e del presente, per un pensiero  che  per
costruire  si  serva anche della negazione.(67) La dialettica  dei
distinti attenua le opposizioni reali e smorza i contrasti.

Giovanni Gentile e l'attualismo.
     
Le radici del pensiero di Gentile.
     
Nel   1899  -  nello  stesso  anno  in  cui  Croce  raccoglie   in
Materialismo  storico ed economia marxistica  i  saggi  scritti  a
partire  dal  1896 - viene pubblicato il volume  La  filosofia  di
Marx.  Studi  critici di Giovanni Gentile. Agli interessi  per  lo
spiritualismo  di  Rosmini  e Gioberti  -  maturati  e  sviluppati
durante  gli  anni  degli  studi universitari  -  si  affianca  in
Gentile,  in  seguito  all'incontro  con  Labriola  e  con  Croce,
l'interesse   per  il  pensiero  di  Marx  come  filosofia   della
prassi,(68) per la ricerca storica e per il significato filosofico
della  storia. Inoltre il giovane Gentile mostrava una particolare
attenzione  ai  problemi  pedagogici:  un'attenzione  di   cui   
testimonianza il volume L'insegnamento della filosofia nei  licei,
pubblicato nel 1900.
     
     p 407 .
     
     Da  questa molteplicit di interessi emerge ben presto quello
che sar il nucleo del pensiero di Gentile, definito attualismo, e
che  si  caratterizza,  fino  dai suoi inizi,  come  affermazione
dialettica dell'unit di teoria e prassi nell'incessante pluralit
dello svolgimento(69).
     Alla radice del pensiero di Gentile troviamo quindi tutti gli
elementi   caratteristici   della   riflessione   filosofica   del
Novecento: il problema del divenire, la pluralit della realt, il
rapporto  fra  teoria  e  prassi. A questi si  aggiunge  l'aspetto
pedagogico  della filosofia (in realt Gentile parla di  carattere
filosofico  della  pedagogia), per il quale il rapporto  soggetto-
oggetto  del tipo educatore-educato,  cio un rapporto vivo.(70)
     La   vicinanza   a  Croce  -  che  si  concretizza   in   una
collaborazione effettiva e nella realizzazione della  rivista  La
Critica    -   non   impedisce   a   Gentile   di   differenziare
progressivamente il suo pensiero da quello dell'amico.
     Partiti  -  distaccandosi dal marxismo - dalla considerazione
comune  che il soggetto della prassi non pu essere altri  che  lo
Spirito,  cio  il  pensiero, Croce e Gentile  assumono  posizioni
diverse  sull'agire  del  pensiero:  mentre  il  primo  pone   una
distinzione  all'interno del pensiero e una gradualit  della  sua
azione  (Spirito  teoretico e Spirito  pratico),  per  il  secondo
all'interno del pensiero non ci sono distinti, perch l'Atto del
pensare  unico e indistinto.
     
Gentile e Berkeley.
     
Il  pensiero come atto in cui si fondono soggetto e oggetto  evoca
la  filosofia di Berkeley e il suo esse est percipi.(71) Per  il
filosofo irlandese - come si ricorder - tutta la realt si riduce
all'essere percepita: nulla pu esistere se non in relazione a  un
soggetto percipiente e a una percezione consapevole; tutto  quindi
  prodotto  dal soggetto. Sennonch Berkeley, in ultima  istanza,
non  mette  in dubbio l'esistenza della realt esterna,  anche  di
quella che non pu essere prodotta da noi, giustificandola con  un
Autore,  una  Mente eterna o Spirito eterno, che non si  limita  a
essere  la causa prima, ma che eternamente percepisce e, quindi,
eternamente crea.
     Il  pensiero nella sua attualit scrive Gentile o come  Io
universale, contiene, e per supera, non solo la spazialit  della
pura  natura, ma anche la temporalit del puro accadere  naturale.
Il pensiero , di l dal tempo, eterno(72).


p 408 .

Gentile e Kant.

     
Il  soggetto eterno, o Io universale - come lo chiama Gentile  -
non pu per essere trascendente, perch il soggetto  pensiero, e
niente  pu  trascendere  il pensiero: pensare  qualcosa  che  sia
esterna   al   pensiero   (che   lo   trascenda)      chiaramente
contraddittorio, quindi l'atto del pensiero  assoluta immanenza.
     Se  il  (nostro) pensiero ci appare finito   perch  esso  
riferito  al nostro io empirico, mentre il soggetto del pensiero
pensante    un  Io  universale  che,  per  Gentile,    un  Io
trascendentale.
     Gentile  recupera appieno l'importante concetto  kantiano  di
trascendentale(73). Con esso, infatti, si intende l'universalit
del  soggetto (le facolt universali di ciascun soggetto empirico)
e  al  tempo  stesso  il legame indissolubile  (di  identit)  fra
soggetto  e  oggetto. Dopo il grande impulso  kantiano  sostiene
Gentile la filosofia moderna entr risolutamente nella via  della
pi  profonda  critica, che non demolisce,  ma  costruisce  [...];
intese  che  la realt assoluta  appunto quella che,  vera  causa
sui,  non   oggetto cui si indirizzi l'attivit della  mente,  ma
questa  medesima che si fa nel suo esplicarsi, senza, per  questo,
aver bisogno di uscir da essa stessa(74).
     A differenza di Kant, per, Gentile non prevede per il suo Io
trascendentale  nessun incontro con il mondo fenomenico  e,  tanto
meno,  con  la  cosa in s: l'Io  il produttore  esclusivo  della
realt.
     Il  metodo  dell'immanenza, adunque, consiste  nel  concetto
della  concretezza assoluta del reale nell'atto  del  pensiero,  o
nella  storia:  atto che si trascende quando si comincia  a  porre
qualche cosa (Dio, legge logica, legge morale, realt storica come
insieme  di  fatti,  categorie  spirituali  o  psichiche   di   l
dall'attualit  della coscienza) che non sia  lo  stesso  Io  come
posizione  di  s,  o,  come Kant diceva, l'Io  penso.  Il  metodo
dell'immanenza    il  punto di vista e  la  legge  dell'idealismo
attuale;  e non ha a che fare perci col metodo omonimo di  quella
filosofia  dell'azione, che crede di poter muovere bens dall'atto
spirituale, ma nel supposto che la realt sia fuori di esso(75).
     
Filosofia e storia della filosofia.
     
Gentile  -  come Hegel e come Croce -  convinto che la  filosofia
coincida  con la storia della filosofia, che altro non    che  la
continua  coscienza  dello  Spirito. Ma all'interno  della  storia
della  filosofia devono essere distinti due momenti: la  filosofia
antica  e  medievale,  che    filosofia  dell'oggettivit;  e  la
filosofia moderna, che  filosofia della soggettivit.
     Nell'aristotelismo  e nel platonismo si suppone  una  fissit
delle  idee  e  delle  leggi, del pensiero  pensato,  per  cui  il
movimento  solo del soggetto che
     
     p 409 .
     
     cerca  di adeguarsi all'eternit e all'immobilit del  reale:
Questo   movimento  [...]  suppone  la  quiete,  la   fissit   e
immutabilit dell'idea in s(76).
     Per  noi  invece il vero pensiero non  il pensiero pensato,
che  Platone e tutta l'antica filosofia considerano per se stante,
presupposto del pensiero nostro che aspira ad adeguarvisi. Per noi
il  pensiero  pensato suppone il pensiero pensante; e  la  vita  e
verit di quello sta nell'atto di questo(77).
     
Una metafisica trascendentale.
     
Il  carattere metafisico dell'attualismo gentiliano - per il quale
tutta   la  realt    Spirito  -  appare  evidente.  Ma   Gentile
attribuisce alla propria filosofia, oltre al carattere metafisico,
anche un carattere religioso, addirittura cristiano.
     Dio  non  altro che lo spirito umano considerato nella sua
dimensione  trascendentale,  cio per  quegli  aspetti  universali
comuni a tutti gli io empirici. La profonda unit fra uomo e Dio -
osserva  Gentile  (anche  in  questo echeggiando  Hegel)  -    la
peculiarit del cristianesimo.
     Sono  infatti  convinto che il cristianesimo col  suo  domma
centrale dell'Uomo-Dio abbia questo significato speculativo: che a
fondamento della distinzione necessaria tra Dio e l'uomo si  debba
porre  un'unit,  la  quale non pu essere se  non  l'unit  dello
spirito, che sar spirito umano in quanto spirito divino,  e  sar
spirito divino in quanto spirito umano(78).
     
L'individuo e lo stato.
     
L'individuo viene pertanto assorbito nell'universale.  I  riflessi
di  questa  concezione - tipica di ogni forma di  idealismo  -  si
fanno sentire anche nella riflessione gentiliana sullo stato.
     Nel  1943 - la data  significativa - Gentile sistema la  sua
visione della politica nell'opera Genesi e struttura della societ
(pubblicata postuma nel 1946).
     Come  all'io  empirico  immanente l'Io trascendentale,  cos
immanente al concetto di individuo  il concetto di societ(79).
     Ogni  individuo deve rinunciare alla propria individualit  e
convogliare  la  sua  volont nella volont  comune  e  universale
costituita  dallo Stato, che rappresenta anche l'unica  forma  del
diritto.  La  volont dello Stato  diritto [...]. In  ogni  caso
attua  la sua volont come volont del cittadino in quanto volont
universale.  Non  c' diritto senza Stato, ed ogni  individuo  che
afferma un suo diritto, si appella sempre a un volere universale a
cui ogni arbitrio deve cedere, appunto perch arbitrio(80).
     
     p 410 .
     
     In  quanto volont, lo stato  eticit. L'eticit dello stato
-   per  Gentile  -  non  costituisce  per  una  tappa  verso  la
realizzazione   dell'Assoluto,  come  voleva  Hegel:   lo   stato,
espressione  dello spirito umano (che  universale e divino),  nel
suo essere eticit  anche autocoscienza, quindi umanit piena  e
perfetta(81).
     Naturalmente  - osserva Gentile - non si deve  confondere  lo
stato  con il governo e ancor meno con le persone fisiche in  cui
il Governo si incarna. Deve essere chiaro - se si vuole intendere
correttamente  il  senso di eticit dello Stato  -  che  queste
persone e il Governo stesso non sono lo Stato, bens solo elementi
della forma in cui lo Stato si attua(82).
     Governi e governanti non sono l'essenza dello stato, ma  solo
la  sua  forma. Comunque - dato il carattere unitario della realt
nell'idealismo   gentiliano   -  la   forma   non      separabile
dall'essenza.

Neoidealismo, fascismo e antifascismo.
     
Il  carattere unitario della realt, come Spirito in atto, implica
la   totalit   in   ciascun  atto  dello   Spirito.   All'interno
dell'unicit  dell'atto  non  sono  concepibili  distinzioni   fra
momento  conoscitivo,  momento etico o momento  politico.  Gentile
riconosce questo carattere unitario alla dottrina di Mazzini(83) e
lo  attribuisce integralmente anche al fascismo, rivendicandone il
carattere  totalitario:  Primo  punto  dunque  da  fissare  nella
definizione   del  Fascismo:  carattere  totalitario   della   sua
dottrina,   la   quale  non  concerne  soltanto  l'ordinamento   e
l'indirizzo  politico della nazione, ma tutta la sua  volont,  il
suo pensiero e il suo sentimento(84).
     La  stesura del saggio da cui sono tratte le parole riportate
qui  sopra  (Origini e dottrina del Fascismo) era stata preceduta,
nel  1925,  dalla pubblicazione del Manifesto degli  intellettuali
fascisti,  scritto da Gentile e firmato da circa duecentocinquanta
intellettuali.   In   esso  si  insiste   sul   parallelismo   fra
Risorgimento  (soprattutto  Mazzini) e  fascismo,  come  movimenti
totalitari, ma si mette in evidenza anche il carattere religioso
del  fascismo, che  missione da compiere, con qualsiasi  mezzo:
Giovani  risoluti, armati, indossanti la camicia  nera,  ordinati
militarmente, si misero contro la legge per instaurare  una  nuova
legge,  forza  armata  contro  lo  Stato  per  fondare  il   nuovo
Stato(85).
     
     p 411 .
     
     L'adesione   di  Gentile  al  fascismo  non    quindi   cosa
estrinseca  al suo pensiero;  conforme all'istanza iniziale  -  e
costantemente presente - di unit assoluta di teoria e prassi: una
prassi,  per, che (come nella versione leninista del marxismo  e,
ancor  pi, in quella soreliana) cessa di esercitare una qualsiasi
influenza sulla teoria per diventare atto di uno Spirito  (di  una
volont, di un'idea) assoluto e totalizzante.
     A   questo   approdo   -   frutto  di  una   logica   interna
all'idealismo(86) - Croce si oppone costantemente fino  al  crollo
del  regime  fascista,  non potendo per non  riconoscere  che  lo
sbocco  autoritario  uno dei risultati possibili  anche  del  suo
neoidealismo:   se  lo  Spirito  pratico  non  pu   assolutamente
precedere  lo Spirito teoretico, se l'agire presuppone  sempre  il
pensare,  allora  lo  stato di cose presente,  la  contemporaneit
assoluta di ogni momento storico non possono essere altro  che  il
farsi dello Spirito.
     Al vecchio amico degli anni della fondazione de La Critica,
quindi,  Croce  non pu rimproverare di avere tradito  i  princpi
dell'idealismo,   ma   solo  di  avere   frainteso   la   funzione
dell'intellettuale.  Il  1 maggio 1925 su  Il  Mondo  appare  -
scritto  da Croce e firmato da altri quaranta intellettuali  -  il
Manifesto  degli intellettuali antifascisti, dove  si  legge:  E,
veramente,  gli  intellettuali, ossia i cultori  della  scienza  e
dell'arte,  se,  come  cittadini, esercitano  il  loro  diritto  e
adempiono  il  loro  dovere  con  l'ascriversi  a  un  partito   e
fedelmente  servirlo, come intellettuali hanno solo il  dovere  di
attendere,  con l'opera dell'indagine e della critica,  e  con  le
creazioni  dell'arte, a innalzare parimenti  tutti  gli  uomini  e
tutti  i partiti a pi alta sfera spirituale, affinch con effetti
sempre  pi  benefici,  combattano le  lotte  necessarie.  Varcare
questi  limiti dell'ufficio a loro assegnato, contaminare politica
e letteratura, politica e scienza  un errore(87).
     Croce,  rivendicando  questo ruolo superiore  alla  cultura
(arte,   letteratura  e  scienza),  in  realt  ne   propone   una
separazione  dalla  prassi,  e  attribuisce  alla  filosofia   una
funzione  contemplativa che il neoidealismo - suo e di  Gentile  -
voleva, invece, negare. Egli, nel 1925, colloca l'intellettuale al
di  sopra  delle vicende politiche della storia contemporanea:  da
quella  altezza  gli  sar possibile cogliere una  totalit  nella
quale  le  vicende  politiche appariranno in una  luce  del  tutto
nuova: La presente lotta politica in Italia varr, per ragione di
contrasto,  a ravvivare e a fare intendere in modo pi profondo  e
pi  concreto al nostro popolo il pregio degli ordinamenti  e  dei
metodi liberali, e a farli amare con pi consapevole affetto(88).
     A  questa fiducia nella funzione pedagogica dell'oppressione,
Croce affianca la convinzione che il filosofo potr un giorno, e
con  piena  serenit,  cogliere gli aspetti  positivi  della  fase
storica  che si sta aprendo per l'Italia e per l'Europa: E  forse
un  giorno, guardando serenamente al passato, si giudicher che la
prova  che ora sosteniamo, aspra e dolorosa a noi, era uno  stadio
che  l'Italia doveva percorrere per invigorire la vita  nazionale,
per  compiere la sua educazione politica, per sentire in modo  pi
severo i suoi doveri di popolo civile(89).

p 412 .

La razionalit del reale.
     
Non  questo il luogo per discutere delle eventuali contraddizioni
all'interno  del  pensiero di Croce o del  neoidealismo  italiano.
Quello  che ci preme sottolineare  come i due esponenti pi  noti
della  filosofia  italiana della prima met del  Novecento,  anche
quando   si   dividono  e  si  oppongono,  conservino  una   certa
complementarit.
     Un  altro elemento su cui vale la pena soffermarsi ci  sembra
il carattere di giustificazione che ha lo storicismo crociano.
     Se   da  un  lato  pu  costituire  la  base  per  forme   di
revisionismo  o  addirittura  di riabilitazione  di  forme  di
pensiero  e  di  prassi totalitarie, dall'altro lo storicismo  pu
essere  utile  per rigettare tutte quelle forme di interpretazione
del fascismo come distruzione della Ragione, schegge impazzite  di
irrazionalismo,  follia: la prassi del fascismo (dallo  squadrismo
alla  guerra  ai  campi di sterminio) non  la conseguenza  di  un
agire  irrazionale, ma piuttosto di una capacit progettuale tutta
interna  alla razionalit dell'Occidente. Riconoscere il carattere
di  razionalit  della  storia e del reale, ammettere  il  dominio
della  Ragione (che nelle forme pi diverse accomuna idealismo  ed
empirismo,  illuminismo, marxismo e scienza moderna), significa  -
senza necessariamente assumere atteggiamenti giustificazionisti  -
accettare   la   razionalit   dello  sterminio   scientificamente
organizzato,  dell'oppressione  istituzionalizzata,  della  guerra
portata  in nome di valori assoluti (trascendenti o immanenti  che
siano).
